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Requiem per uno scrittore defunto

«Questo è solo un caldarrostaio,» disse Chojnicki «ma vedete? È addirittura un mestiere simbolico. Simbolico per la vecchia monarchia. Questo signore ha venduto le sue castagne ovunque, in metà dell’Europa si può dire. Dappertutto, ovunque si mangiassero le sue caldarroste, era Austria, governava Francesco Giuseppe. Oggi niente più caldarroste senza visto. Che razza di mondo!»
J. Roth, La Cripta dei Cappuccini
 
Lunedì scorso, all’età di novantanove anni, è scomparso lo scrittore François Fejtő.
Scorrere la sua biografia significa ripercorrere la Storia del XX secolo. Nato nel 1908 da una famiglia ebrea a Nagykanizsa, una cittadina a pochi chilometri dal lago Balaton, a quell’epoca sotto la monarchia austro-ungarica, dopo un’infanzia trascorsa tra le città dell’”Impero multinazionale” (Pécs, Budapest, Vienna, Praga, Trieste, Fiume e Zagabria), Fejtő si ritrova ungherese dopo lo smembramento del territorio imperial-regio che seguì la Prima Guerra Mondiale. Nell’Ungheria tra le due guerre mondiali si converte per un breve periodo al cattolicesimo, dopodiché aderisce al comunismo e nel 1932 finisce in carcere sotto il regime di Horthy. Due anni più tardi approda infine alla socialdemocrazia centroeuropea e nel 1939 fugge in Francia dove partecipa alla resistenza antinazista. Finita la guerra riceve un incarico presso l’ambasciata ungherese a Parigi ma nel 1949 rompe definitivamente con il governo comunista di Budapest che iniziava in quel periodo i processi contro gli oppositori (tutti trockijsti, naturalmente!). Da allora si dedica a Parigi all’attività pubblicistica, svolta principalmente sue due fronti: da un lato i regimi dell’Est europeo (“Storia delle democrazie popolari”, 1971), dall’altro la dissoluzione dell’Impero asburgico (“Requiem per un impero defunto”, 1988).
 
In questi giorni è ricordato soprattutto per le sue posizioni antistaliniste e la sua condanna dei regimi comunisti dell’Est dal suo esilio parigino. Meno ricordate sono le sue tesi sulla fine della “monarchia bicefala”. Ribaltando la storiografia tradizionale, che vuole l’Austria-Ungheria soccombere per fattori interni (il nazionalismo dei mille popoli che la componevano), secondo Fejtő furono invece determinanti i fattori esterni (la miope volontà punitiva da parte delle potenze vincitrici).
In genere infatti si dice che l’Impero asburgico si disgregò per le forze centrifughe esercitate da cechi, polacchi, slovacchi, ruteni, croati, ecc. che si sentivano oppressi dalla monarchia degli Asburgo e che trovavano forza nell’inarrestabile spinta verso il nazionalismo avvertibile ovunque nell’Europa del XX secolo. Fejtő ci ha spiegato invece che le tendenze separatiste non furono poi così decisive e maggioritarie, ma che gli elementi più intransigenti di queste minoranze vennero sostenuti e incoraggiati ad arte dai vincitori dell’Intesa per legittimare una decisione – quella dello smembramento dell’Impero multinazionale – presa a Washington e a Parigi. Ci ha spiegato che tra gli errori irreparabili frutto dello spirito punitivo dei trattati parigini che posero fine alla guerra vanno annoverate non solo le sanzioni vessatorie nei confronti della Germania, che alimentarono lo spirito di rivalsa alla base dell’ascesa del nazismo, ma pure la creazione di un mosaico di stati spesso creati dal nulla, con frontiere del tutto arbitrarie ed in cui la convivenza di diverse nazionalità era decisamente difficile. «Le minoranze ungheresi in Transilvania, in Slovacchia e in Croazia, le minoranze di lingua tedesca in Polonia, Boemia, Romania e Italia, le comunità rutene nella Galizia polacca, la nuova condizione delle comunità ebraiche in paesi animati ormai da un aggressivo nazionalismo culturale» scrive Sergio Romano nella sua prefazione a Requiem per un impero defunto «rendevano l’Europa centrale assai meno governabile di quanto non fosse stata all’epoca dell’”angelicato impiccatore”» (l’“angelicato impiccatore” era Francesco Giuseppe, secondo la definizione di D’Annunzio). Da questi errori sarebbe stato segnato il resto del Novecento, dal dilagare del nazismo alla guerra in Jugoslavia.
 
Come la lettura della vita di Fejtő rispecchia la storia del XX secolo, quella della sua morte rispecchia quella del XXI: tutti concordi nel sottolineare il suo impegno critico nei confronti di regimi totalitari, meno nel ricordare la sua analisi sull’esportazione pelosa della “libertà dei popoli” e dell’”autodeterminazione”.

Joseph Roth e la demolizione delle carceri di Trento

Dopo l’associazione “Italia Nostra”, anche il FAI, “Fondo per l’Ambiente Italiano”, si è schierato contro la decisione della giunta provinciale trentina di demolire le storiche carceri di via Pilati.
Il complesso carcerario è infatti una testimonianza di quell’architettura mitteleuropea della metà dell’Ottocento che contribuisce al fascino della città di Trento. Come ha scritto ieri Pietro Citati su La Repubblica, «le vecchie, eleganti, carceri sono state costruite tra il 1876 e il 1890 dall’architetto Karl Schaden in quello stile che ancora oggi, se andiamo a Vienna, o a Praga, o a Zagabria, o a Lubiana, o a Dubrovnik, ci fa sentire il profumo dell’Austria-Ungheria: il luogo, diceva Joseph Roth, dove “quello che era straniero diventava domestico senza perdere il suo colore, e la patria aveva l’eterno incanto dell’estero”».
 
Pare che la Provincia Autonoma di Trento possa fare in materia un po’ quello che vuole, compreso abbattere edifici storici in barba al parere contrario del Ministero dei Beni Culturali. Ed è proprio questo quello che mi terrorizza del decentramento: tutto sommato se certe decisioni di particolare importanza vengono prese a Roma, hanno una risonanza nazionale e questo dovrebbe evitare i peggiori scempi (anche se non sempre è andata così…); ma se queste decisioni si lasciano alle singole regioni o alle singole province, ho davvero il terrore di cosa possano combinare certi enti locali, in particolare qui al Nord (e non mi riferisco solo ai leghisti e ai Prosperini che dominano la Lombardia, ma anche alla sciagurata giunta di centrosinistra della provincia di Milano).
 
«Il vecchio carcere non ha più alcun valore architettonico» risponde il presidente della provincia di Trento Dellai «non c’è ragione di mantenerle. […] Le città devono cambiare, evolvere».
D’accordo, anche Kraus diceva: «Devo dare una delusione agli esteti: la vecchia Vienna un tempo era nuova!».
Però è inutile girarci intorno: insieme alle carceri sparirà un po’ di quell’atmosfera mitteleuropea che altre città d’oltreconfine, più attente al loro passato, si tengono invece ben strette. Un passato in cui, per dirla sempre con Joseph Roth, «non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto».

La provincia di Trento potrà anche far costruire la sua cittadella giudiziaria al posto delle carceri asburgiche, ma spero che ci sarà ancora chi sarà capace di ammutolire ogni qual volta vedrà quel vuoto in via Pilati.

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